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Il Paese dei Robot

di M. Brushteyn

robot 1Questa storia arriva da un paese lontano lontano. In questo paese abitavano dei bravissimi artigiani, esperti nella fabbricazione di magnifiche batterie piene di energia.

Tutto filava liscio: ogni giorno gli artigiani si alzavano, costruivano nuove batterie e ogni sera le riponevano con orgoglio nei loro depositi.

Un giorno però sorse un problema: gli abitanti avevano così tante batterie da non sapere nemmeno più dove metterle… i magazzini erano tutti pieni e, cosa ancora più triste, non c’era nessuno con cui condividere tutta quell’energia!

Pensa e ripensa, finalmente ebbero una bellissima idea: costruire dei robot a cui donare le batterie!

In men che non si dica, nel paese cominciarono a gironzolare robot di ogni tipo e carattere: ce ne erano di alti, di bassi, di magri e di grassi, di simpatici e di antipatici…

Più di ogni cosa al mondo, i robot amavano proprio le batterie elettriche. Queste davano loro la forza per camminare, parlare e pensare, insomma, davano loro l’energia per vivere. Per i robot niente era meglio di una batteria nuova di zecca perché, più nuova era la batteria, più energia potevano ricevere.

Gli artigiani, amando moltissimo gli amici robot, cercavano sempre di migliorare la qualità delle batterie che costruivano, convinti che loro apprezzassero simili attenzioni e che in qualche modo li avrebbero ricambiati.

Ma, in realtà, i robot amavano solamente le fonti elettriche per la vita…

Le scorte delle batterie, conservate nei depositi, erano a disposizione di tutti i robot che potevano andare a prendersele da soli. Ai robot bastava solamente una batteria per vivere, e con due si sarebbero addirittura danneggiati. Per questo sul muro dei depositi c’era appeso un grande cartello con la scritta: «Non prenderne più di una! Potresti farti del male!».

Una volta si recò al deposito un robot detto “L’Insaziabile”, per la sua incapacità di accontentarsi. Aveva letto tante volte quell’avviso ma, da qualche tempo, aveva cominciato a pensare che gli artigiani dovevano essere avari quanto lui e che, solo per questo, non permettevano ai robot di prendere più di una batteria. Quel giorno aveva deciso di non ubbidire più al cartello: così si guardò intorno che nessuno lo vedesse, prese due batterie, se le installò e… si bruciò all’istante!

Quando gli altri robot trovarono il loro compagno in quello stato cominciarono immediatamente a ribellarsi: «Gli artigiani lo hanno fatto apposta! Che vadano via dalla nostra città!»

Solamente un robot, detto “Il Buono”, difendeva gli abitanti della città: «Non sono loro i colpevoli, il colpevole è stato il robot. Lo ha ucciso la sua avidità!»

Ma una voce da sola non aveva di certo la forza per contrastare il malcontento di tutti!

Dopo questo evento, la vita degli abitanti della città cambiò rapidamente. I robot diventarono volgari, violenti e gli artigiani soffrivano per un comportamento così ingiusto. I robot reclamavano: «Andate via dalla città, siete inutili! Non abbiamo bisogno di voi!».

Non capivano che senza quelle persone, i loro creatori, non sarebbero sopravvissuti. Non si rendevano conto che le loro amate batterie le facevano proprio gli artigiani…

robot 2Non ci fu nulla da fare, gli abitanti della città dovettero decidere di andare via. Però, sapendo che ai robot sarebbe stato impossibile andare avanti da soli, costruirono una torre molto alta e con un grande faro sul tetto, il quale si sarebbe potuto accendere solo con l’aiuto di più batterie messe insieme. Prima di andare via le persone dissero ai robot che, se avessero acceso il faro, loro sarebbero ritornati, ma i robot non ne vollero sapere e si limitarono a urlare tutti insieme: «Andatevene, andatevene, andatevene!»

E quelli se ne andarono…

I robot rimasero quindi i padroni assoluti della città. Dalla mattina alla sera gironzolavano nelle strade desolate alla ricerca di batterie. Ognuno cercava di farsene una scorta. Le case, dove prima vivevano amichevolmente le persone ed i robot insieme, si trasformarono rapidamente in magazzini. Con il tempo, però, le scorte finivano. Le batterie, infatti, non erano eterne e, usandole, si esaurivano e i robot erano incapaci di farne di nuove, così cominciarono semplicemente a rubarsele l’un con l’altro per rimanere in vita.

Erano come impazziti!

Arrivò il giorno in cui anche l’ultima batteria terminò. In men che non si dica le strade della città si riempirono di robot immobili.

Il robot detto “Il Buono” aveva cercato inutilmente di far ragionare i robot impazziti, implorandoli di andare al faro per accenderlo così da far tornare gli uomini che li avrebbero aiutati, ma loro testardamente gli dicevano: «Ma quali persone? Non c’è nessuno tranne noi, non c’è mai stato nessun altro!». «Ma come è possibile?», domandava sconvolto “Il Buono”… «Sono proprio loro che ci hanno creati!». «Vergognati!», risposero gli altri con rimprovero, «Tutti sanno, anche i robot più anziani, che siamo solo il risultato di dadi e bulloni!».

Passò ancora un po’ di tempo e le ultime batterie si esaurirono, e con loro anche le ultime forze dei robot.

In città rimasero solamente i dieci robot più cattivi, che vivevano delle fonti di vita rubate agli altri e il robot chiamato “Il Buono”.

robot 3E un giorno, infine, nella città si sentì una voce flebile che da qualche parte, non lontano, chiedeva aiuto. Per la prima volta da quando erano stati costruiti, i robot sentirono un desiderio strano: “aiutare”. Corsero immediatamente verso il richiamo e videro “Il Buono” sdraiato senza forze sulla strada impolverata. Poco prima di spegnersi, egli riuscì a pronunciare solo una parola: “Torre!”.

… e fu così che si ricordarono all’improvviso che il robot buono aveva chiesto loro più di una volta di salire sulla torre. Finalmente convinti che questo andava fatto, salirono su per la lunga e tortuosa scala a chiocciola fino alla stanza in cima al faro. Videro qui una scatola gigante per la connessione delle batterie e accanto un cartello con la scritta: «Collegate assieme tutte le vostre batterie!».

Per quale motivo fosse necessario fare questo, nessuno di loro lo sapeva. Non erano rimaste che le loro batterie. Si trovarono quindi davanti ad un dilemma: lottare l’uno contro l’altro per conquistarsi le batterie o credere a quello che avevano lasciato scritto gli artigiani?

Ma finalmente la decisione fu presa, i robot, uno dopo l’altro, cominciarono a togliersi le batterie. L’ultimo robot rimasto in vita le raccolse e le collegò alla scatola e… all’improvviso dal proiettore uscì un potentissimo raggio di luce…

Da allora è passato molto tempo. Di quella storia lontana si ricorda solo la torre che adesso si trova in periferia. Gli abitanti della città vivono in amicizia e in armonia da così tanto tempo che ormai nessuno si ricorda più chi è uomo e chi è robot.

L’importante è aver capito che «non c’è nulla di più prezioso al mondo dell’amore e dell’amicizia», neanche le batterie!

Disegni: Е. Racova

GLOSSARIO semplificato

dei termini studiati al corso

600.000 anime: frammenti dell’unica creazione, dell’anima generale chiamata “Adamo”. E’ una qualità della connessione.

Adam HaRishon: (Adamo) l’anima creata in principio prima della frammentazione. E’ la prima struttura che ha il desiderio di assomigliare al Borè.

Anima: La creatura, il desiderio originale che è stato creato.

Ari: L’abbreviazione di Ashkenazi Rav Yitzhak, il nome completo è Yitzhak Luria Ashkenazi (1534 – 1572). Il fondatore della Scuola Lurianica di Kabbalah, il metodo moderno per il raggiungimento del Mondo Superiore (XVI sec.).

Baal HaSulam: Il secondo nome di Yehuda Leib HaLevi Ashlag (1884 – 1954). L’autore del metodo moderno per il raggiungimento del Mondo Superiore, l’autore del commentario dello Zohar e tutti i lavori di Ari.

Binà:  la fase 2 della creazione, proprietà di dazione nella creazione.

Borè: significa Creatore e deriva dall’ebraico Bo-re (vieni e vedi-verifica).  Non è qualcosa di cui avere fede, è la forza dell’amore e della dazione.

Chochmà: (Saggezza) è la fase 1 della creazione.

Corpo: (Guf) sono i desideri che eseguono le intenzioni del Rosh del Parzuf.

Correzione: (Tikkun) cambiare l’intenzione del desiderio di ricevere per modificare la percezione della realtà.

Creatura: deriva dalla parola ebraica Nivrà che vuol dire fuori dal grado, cioè che non ha ancora conseguito la realtà spirituale.

Desiderio: il motore sia della vita biologica sia della vita spirituale.

Divinità: desiderio speciale di conseguire la Fonte di tutta la vita.

Egitto: desiderio di ricevere egoistico.

Ein Od Milvado: significa non esiste nulla tranne Lui.

Incarnazione: ciclo che fa l’anima in ogni gradino spirituale, anche nella stessa vita.

Israele: combinazione di 2 parole Yashar-El e significa dritto al Borè. Coloro che hanno il desiderio di conseguire la dazione si chiamano Israele.

Kabbalah: saggezza della ricezione del bene.

Keter: (Corona) detta fase radice, fase zero. E’ l’essenza del Divino, della dazione e dell’amore.

Kli: vaso, desiderio (plurale Kelim).

Luce: il piacere, il conseguimento del desiderio di dare.

Malchut: (Regno) è la quarta e ultima fase dello sviluppo del desiderio di ricevere.

Mitzvah: (precetto, plurale Mitzvot), comandamento. Ogni atto che mi avvicina alla realtà dell’anima di Adam HaRishon. E’ la correzione del cuore.

Mondo spirituale: realtà che è fuori dal nostro mondo e dalla nostra natura.

Nazioni del mondo: sono tutti i desideri comuni.

Neshamà: è l’anima in ebraico.

Olam: significa mondo e deriva dalla parola Alamà (occultamento).

Parlante: è l’Adamo che è in noi, il punto nel cuore

Partzuf: Struttura spirituale che consiste in dieci Sefirot.

Pitcha: in ebraico significa prefazione. E’ l’introduzione alla struttura dei mondi superiori.

Punto nel cuore: un desiderio nuovo per la spiritualità, desiderio di dare.

Rabash: Abbreviazione del Rav Baruch Shalom, nome completo Baruch Shalom HaLevi Ashlag  (1906 – 1991), l’autore del libro “ Shlavey Sulam” (“ I gradini della scala” in ebraico) – una descrizione dettagliata dell’ascesa dell’uomo al mondo Spirituale.

Rashbi: Rabbi Shimon Bar Yochai, l’autore dello Zohar (III sec. A. C. ).

Radice: è il conseguimento finale dei kabbalisti, la sorgente di tutti i conseguimenti. La dazione, il desiderio di dare.

Ramo: è il desiderio di ricevere.

Rosh: è il capo, la testa del Partzuf, dove ci sono le intenzioni.

Santità: (Kedushà) deriva dalla parola Kadosh (distinto e separato dall’ego).

Sefira: (plurale Sefirot) è l’ego corretto ad un certo livello, in un certo modo. Quindi, risplende ed è chiamato Sefirot (che viene dal termine ebraico “sapphire”) luminoso.

Spiritualità: la forza della dazione

Torah: significa luce (dalla parola Horaa che significa “Insegnamenti”, o dalla parola Ohr “Luce”). E’ un testo che esprime le correzioni che bisogna fare nel desiderio di ricevere.

Yud Hey Vav Hey: è il Tetragramma, il nome del Borè. È l’algoritmo, il calco di tutta la creazione.

Zeir Anpin: (Piccolo Volto) è la fase 3 della creazione, ricevere al fine di dare, è una struttura spirituale già realizzata ma in forma piccola, non consapevole.

Zohar: libro dello splendore. E’ un testo fondamentale per la saggezza della Kabbalah, scritto da 10 kabbalisti che hanno conseguito pienamente questa saggezza.

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