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Rassegna Stampa

Michael Laitman sulla rivista Shalom

La rivista Italiana Shalom ha pubblicato il mio articolo “Chi sei Popolo di Israele?

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Il foglio - I cinque sensi

I cinque sensi, e l'evoluzione in quercia del seme della quercia

 

Alessandro Schwed
13 novembre 2007

 

Versione Originale

 

Un altro scontro fra scienza e religione. E la scienza usa i dogmi della religione ela religione i teoremi della scienza. Se il solo vitto che viene passato è la ragione, mi domando che sarà del pensiero se non divenire pelle e ossa; dato che, come insegnava qualche decina di anni fa il Kabbalista Baal HaSulam, il pensiero è un esito del desiderio (Shamati 153). Ora, la ragione ha invaso i due campi. Il campo laico determina senza evidenza di prove che l’uomo non solo proviene dalla scimmia, ma è divenuto uomo per caso. Ciò va a colpire in modo sottile, ma non troppo, l’articolo che siamo fatti a immagine del Creatore, il che varrebbe a dire che Egli assomiglia a un gibbone. Tale terroristico postulato, frutto non della ricerca scientifica, bensì di cattive intenzioni, viene impugnato come una clava per chiudere la bocca a chiunque dica la parola premoderna Dio. La controparte spirituale è fragile, manca di una interpretazione non letterale della Torah, dunque essa si limita a far vedere che proprio la ragione usata dall’altro è piena di lacune. E allora, in modo speculare, direi consanguineo, le due parti in combattimento sono dominate da un’identica paura di essere scoperti con le mani sprofondate nel sacco sino ai gomiti. Il sacco fondo dell’errore.

Fede cieca contro fede cieca, cattedra contro cattedra. Potere contro potere. Ma io, che ora passo per questa pagina come fosse una strada, vorrei dire la mia; dato che vengo da altre strade dalle quali magari non siete ancora passati; e cioè che basta farsi attraversare lo sguardo dai rapporti di solidarietà esistenti in Natura, causa ed effetto di tutto quanto esista, per cogliere la nostra nascosta, e pur visibile, origine. E mi pare che l’attuale discussione sia solo lotta per quale dei due gruppi debba avere il sopravvento, e dunque non una discussione sulla verità, ma su chi debba cominciare ad avere paura di perdere la cattedra del mondo e lo sciame dei popoli. Paura, dunque. E la nostra povera vita appare del tutto collocata nella sfera della paura; paura che soccombano le nostre certezze su chi siamo, e come sia cominciata ogni cosa, e dunque anche come finirà, o continuerà, la nostra personale vita. Stanti così le cattedre, noi non conosciamo le nostre origini: noi le supponiamo, tramite la fede o la scienza, il cosiddetto mistero, o la cosiddetta teoria. Ma se tutti i sistemi di pensiero sono immessi nella ragione, e certo è così, dove si compie tutta questa logica che illustra le nostre origini, se a ogni generazione ripartiamo da capo? Si sentono sempre le stesse grida, o proclamazioni: veniamo da Dio! No, veniamo dal caso! Come se circa il nostro comune inizio – la scienza spirituale della Kabbalah la chiama Radice – non potesse esistere il supporto effettivo dell’esperienza diretta. Come se fossimo stati buttati quaggiù, senza strumenti. Soli, su un sasso che gira su se stesso.

Giunge, forte e sgradevole, la sensazione di esserci chiusi un giorno in una scatola dove è oggettivo ciò che invece è soggettivo; dato che odore, suono, sapore, vista e tatto con cui io sperimento, non sono i personali sensi da cui tu, amico, fai esperienza; e chi può veramente dire se io vedo lo stesso canarino che vedi tu? Ma anche ora che scrivo, la realtà mi parla con un insieme di voci e il mio desiderio è di vivere finalmente ciò che sento, non come evento predeterminato dalla claudicante dialettica: ma come qualcosa che solo io posso rinvenire e verificare, in una caccia personale i cui risultati si depositino in me come autenticissima prova; e dunque la conoscenza debba essere sperimentata per diventare articolo di verità.  Sento la realtà parlare. Essa mi racconta che un seme, indistinguibile da altri semi, diventi un giorno quercia. Eppure in ogni fase della sua evoluzione-crescita il seme, piantina, alberello, albero, appare oggettivamente come quanto si vede; e accade che chi veda un seme mentre è seme, o un virgulto mentre appare virgulto, possa giurare che essi saranno in eterno, oggettivamente, seme e virgulto – mentre il loro destino, oltre la ragione, è di quercia. Questo mi dice la realtà ogni giorno, e parla a un mio senso altro che ho dimenticato di avere. Vivo nella gabbia dei cinque sensi e non è da nessuno di loro che sento l’Insieme. Ma da un sesto senso, collocato non saprei dove, e vibrante.

Vivo in una scatola e ogni generazione torna appunto a definire la conoscenza a scatola chiusa. Noi non riconosciamo la scatola; non ne solleviamo il coperchio. E invece, potremmo guardare tutto.

Articolo tratto dal quotidiano Il Foglio, 13 novembre 2007

Corriere della Sera

Perché le favole della Kabbalah?

Editoriale di Andrea Salvatici

 

Andrea Salvatici
12 maggio 2009

 

Versione Originale

 

Il posto delle favole accoglie con soddisfazione "Le favole della Kabbalah" perché condivide l'amore per i bambini, perché ama la fantasia e il racconto. Storie che parlano dell'amicizia, dello stare insieme. Dell'unirsi per raggiungere un obiettivo, del fatto che ciò che fai per un amico ha un enorme valore, che l'amico possa essere esteriormente molto diverso da te e soprattutto del fatto che si sia tutti interconnessi e responsabili l'uno dell'altro.

Sono favole moderne scritte e pensate con grande amore verso i bambini. Sono tutte originali così come i disegni che le accompagnano. Un intero dipartimento con numerose persone si dedica giornalmente a costruire programmi per bambini, favole, giochi e quant'altro con il solo scopo in mente di dare alle nuove generazioni tutti gli strumenti necessari per crescere in un mondo integrale e globale. In queste favole emerge in modo chiaro e netto la voglia di condividere, di comunicare e di cogliere nella diversità la vera possibilità di cambiamento. Basta con le separazioni, con le chiusure, è un mondo che cambia, che si modifica, che si confronta, che interagisce, che si connette perché vuole comunicare. In queste storie l'egoismo, la diffidenza, l'ottusità, la paura dell'altro sono fortemente messe in discussione ma con delicatezza e profondità.

Una profondità che non ha bisogno di messaggi complicati e astrusi ma al contrario sono semplici ed immediati. Qui i bambini comprendono subito i contenuti della storia. Raccontare una favola ad un bambino è un momento straordinario perché nasce un'alchimia colorata tra il racconto e il bambino, dove la fantasia fa parlare un vecchio camino del rispetto verso gli altri, della forza della saggezza, dell'aprirsi all'altro, della conoscenza, del vivere con gli altri. Con un senso meraviglioso di tolleranza verso gli altri, verso tutti i tipi di pensiero e di idee. E' solo così che si protegge l'innocenza e la ricchezza dei bambini. E' solo così che possiamo vivere in un mondo migliore partendo dai bambini! Non ci resta altro che iniziare a leggere queste bellissime favole e di apprestarci a vivere "L'ora del racconto" come dice la scrittrice Elisabetta Gnone. Ecco perché sono in questo blog. www.kabbalah.it

 

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Il foglio

I cinque sensi, e l'evoluzione in quercia del seme della quercia Gli 007 dello Spirito
Un altro scontro fra scienza e religione. E la scienza usa i dogmi della religione e la religione i teoremi della scienza. Se il solo vitto che viene passato è la ... continua >> E’ un tardo pomeriggio della seconda decina di febbraio. Siedo alla panchina di una stazione ferroviaria, aspetto la coincidenza ... continua >>

 

 

 

 

 

 

 

 

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Kabbalah, fenomeno pop

La Kabbalah, fenomeno pop?
Ricerca di luce spirituale In videoconferenza da Israele

 

Sara Laurenti
7 luglio 2006

Versione Originale
 

Michael Laitman è uno dei cabalisti più noti e rispettati del momento. Le sue lezioni, trasmesse in diretta video, sono seguite ogni giorno da 250 persone in tutto il mondo: una "sete di infinito" che va ben oltre i confini dell’ebraismo.

Sono stipati in una grande aula, in religioso silenzio fin dal primo mattino. Da subito si intuisce che qualcosa di profondo li lega, anche se non si capisce bene cosa. Sono oltre un migliaio, studenti e volontari di tutte le età, per la maggior parte russi e israeliani, qualcuno anche dall’Italia. Gli uomini sono nettamente separati dalle donne. Sono concentrati e non perdono una parola del rabbino, come lo chiamano per rispetto, un po’ insegnante e un po’ guida spirituale che risponde alle continue domande. Un dottorato in Filosofia e Qabbalà e un master in Biocibernetica, il rav è Michael Laitman, uno dei cabalisti più conosciuti e quotati del momento. È fondatore e presidente dell’Istituto di ricerca ed educazione della qabbalà Bnei Baruch, un gruppo non profit con sede in Israele che diffonde questa saggezza «per accelerare la spiritualità dell’umanità».

«La qabbalà è un metodo grazie al quale ognuno vive la propria ricerca spirituale, senza cerimonie, riti o precetti», sottolinea Laitman. Ma, a quanto pare, richiede rigore, impegno e sacrificio. Le lezioni al Centro Petach Tikva di Tel Aviv si svolgono tutti i giorni dalle 3 alle 6 di mattina, sabato compreso. «Nella spiritualità, però, non esiste costrizione, ognuno fa ciò che sente», dice il cabalista. «Fino a una decina di anni fa eravamo in quattro a lezione, due anni dopo in quindici e oggi siamo oltre 250», racconta Gadi, ingegnere di 45 anni. «L’amore per la qabbalà non mi fa sentire il peso dello studio: la volontà dell’uomo determina i suoi bisogni». Gadi ha incontrato un po’ di anni fa la moglie Angela a un raduno: «Ho condiviso la scelta di Gadi, il suo studio», racconta la donna. «In realtà lo faccio perché credo nella qabbalà, non in lui», scherza.

«La donna è la base della vita familiare così come lo è nella vita spirituale: calma l’uomo e gli è di supporto», dice Laitman durante un incontro dedicato solo a loro. «Alla donna non è chiesto di seguire le lezioni al mattino, deve pensare all’armonia familiare». Molte ascoltano fuori dell’aula, via radio, mentre accudiscono i loro piccoli.

Laitman legge e commenta lo Zohar; i lavori di Ari, che visse a Safed nel XVI secolo, e le opere di Yehuda Ashlag, il Baal Sulam del secolo scorso: Laitman ha studiato dodici anni accanto al suo mentore, il figlio di Ashlag. «Questi tre cabalisti sono una sola e stessa anima che si è incarnata successivamente in tre corpi per trasmettere ogni volta un metodo per facilitare questo studio alla generazione successiva», dice il rav, che analizza in chiave simbolica anche i libri della Bibbia ebraica: «Parlano dei livelli di abilità che ci fanno "sentire" il Creatore», spiega. «È sufficiente leggerne alcuni passi per dilatare la luce spirituale in ognuno».

Alle riunioni tutti gli uomini portano la kippah, anche se non sono religiosi. «È un modo per essere autorevoli e ascoltati», dice Moshe, 29 anni, fotografo israeliano. Anche le donne sposate coprono la testa. «Vivere al convegno separatamente è un atto spirituale e di concentrazione. Le distrazioni non aiutano a "mantenere l’intenzione", come si dice in gergo cabalistico. Colui che non esige non ha posto qui». Questa richiesta di serietà e dedizione non scoraggia le persone: molti, che non hanno trovato ospitalità per la notte all’interno del centro, si sono attrezzati con la tenda o dormono sui banchi delle aule. Dopo una lunga giornata di studio, ci si rilassa: tutti si ritrovano per cantare, recitare, parodiare la qabbalà.

L’ultimo incontro internazionale della Bnei Baruch è avvenuto qualche settimana fa a Tel Aviv. Il prossimo sarà in Cile dal 4 al 6 agosto, a Santiago. «Presto l’umanità arriverà a una crisi profonda e capirà che deve correggere se stessa», dice serio il rav. «In passato ho fatto fatica a farmi ascoltare; oggi, invece, vengono milioni di persone ad ascoltarmi: sentono che questa ricerca li può aiutare». Chi non ascolta dal vivo il rav può collegarsi in videoconferenza o scaricare le lezioni al sito www.Kabbalah.info in 22 lingue. «Decine di migliaia di contatti avvengono la mattina presto, tanti altri durante la giornata», racconta Rami, 29 anni, programmatore software che nel tempo libero gestisce volontariamente il sito. «È difficile dare un numero esatto di quante persone si connettono da ogni parte del pianeta. Ci possono essere gruppi di 50 persone o di due. In ogni caso noi registriamo circa 5 mila contatti al giorno». Laitman ha molti progetti in mente: «Fra qualche mese inizierà un corso di laurea di qabbalà online in collaborazione con l’Università di Yale», spiega. «E a breve apriremo un canale televisivo mondiale».

Secondo la qabbalà, i gradi di sviluppo di una persona sono 125. «Arrivare all’ultimo è giungere alla radice dell’anima. Dà all’uomo la sensazione della vita infinita, del flusso della vita eterna oltre questo mondo. Chi sale ogni grado è conscio del passaggio. E anche di come agire per innalzarsi», chiarisce Laitman. «Chi è cabalista vuole il bene degli altri anche se il suo approccio a volte non sembra benevolo. Ma non mi pare che il Creatore o la Natura siano poi così pietosi... Il cabalista ha lo scopo si avvicinare gli altri alla situazione corretta: il patrimonio della Forza è quindi l’altruismo. La qabbalà in realtà aiuta a togliere l’ipocrisia: aiuta l’uomo a vedere la sua vera natura e l’individuo non può più operare come prima».

«Non avevo problemi: avevo soldi, il lavoro, la ragazza, ma sentivo un vuoto profondo», racconta Mutlu, 34 anni, musulmano di origine turca. «Spesso nelle mie riflessioni tornava la parola Allah. Ho cominciato allora a leggere i libri di qabbalà. Più leggevo e più trovavo le risposte alle mie domande. Oggi mi sento rinato». Seppure in condizioni sociali e con storie diversissime, tutti i presenti sono entusiasti di dedicare anima e corpo alla qabbalà. «Mi è stato proposto di entrare nell’ufficio d’avvocatura del rav», confida Ludmilla, avvocato di 44 anni, kazaca. «Non mi importa se sarò pagata. Mi interessa essere utile alla divulgazione della qabbalà nel mondo. Prima uscivo con gli amici, oggi il mio unico interesse è questo studio».

«C’è un’atmosfera serena, una grande voglia di vivere e di aiutarsi in questi convegni», racconta Giorgio, di Foggia. «Qui si affronta la vita cercando di capirne il senso». L’impressione è che a legare questi studenti è una grande sete d’infinito. Tutto il resto, in effetti, può aspettare.

Sara Laurenti

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