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Il foglio - gli 007

GLI 007 DELLO SPIRITO
A caccia dei segni della Kabbalah che rivelano all’uomo la sua divinità A Tallinn, cantando e ballando al ritmo di “olameinu, olameinu”

 

Alessandro Schwed
12 maggio 2007

 

Versione Originale

 

E' un tardo pomeriggio della seconda decina di febbraio. Siedo alla panchina di una stazione ferroviaria, aspetto la coincidenza. Treni sono fermi in silenzio, e marciapiedi vuoti. Come fosse stata sgombrata l’aria. Sono nell’immaginazione di questo viaggio più lontano di sempre, a Tallinn, sul Mare del Nord. C’è il congresso europeo della Kabbalah; molti gradi sotto zero, in un’avventura senza i consueti ripari - come se due distinte spedizioni in regioni ignote fossero state unite in una sola.   Guardo oltre la pensilina, piove.  Mi ventila in cuore una sempre meno remota emozione; forse questo fatto che sta per cominciare è troppo per i miei soli corpo e anima. Ché tutto è iniziato prima di questo timore per un freddo sconosciuto, e per una via spirituale anche quella così ignota.

Prima pensavo che i kabbalisti fossero quelli con i lunghi cappotti neri e i riccioli sulle guance. Gli uomini che oscillano: come a Gerusalemme, nel quartiere di Mea Sharim; o sui marciapiedi di Londra e New York. E una volta avevo sentito un vecchio rav cantare, ma era un’incisione, la voce screpolata: “Oi oi, oi oi, oioioiòi”. Poi mesi fa, cerco su internet qualcosa su Adamo, e pervengo a un sito di Kabbalah in italiano; leggo che “Adam”, cioè il nome del primo uomo, non è mica riferito a terra, adamà, ma significa “che assomiglia” - essendo sottinteso “che assomiglia a Dio”.  Ed è una scintilla. Per un riflesso che potrebbe essere internettiano, inizio ad andare in giro nel sito del Bnei Baruch, ed è una piccola febbre la quale mi sussurra che  magari questa è la volta buona e vengo a sapere tutto; mentre una controfebbre dice che no, potrebbe essere un bel niente sconclusionato. Ci sono articoli in una lingua che pare appositamente ostica, e ci sono varchi di emozione e parole che si spalancano; e quando leggo che Elohim vuol dire Natura, allora quel plurale arcigno che non ho mai capito, gli Dei, mostra il senso della pluralità; ma al rigo dopo la comprensione  svanisce, e sono in un posto dove la luce è un semaforo che scatta certi anni. E vedo che nel 1995, mentre nessuno lo sapeva, l’antica scienza nascosta, le sue parole mimetizzate come passaggi segreti e trasmesse di maestro in allievo per seimila anni, ogni cosa è spalancata. La Kabbalah si è resa manifesta; viene divulgata nel mondo per un’antica decisione; un calcolo kabbalistico - noi diremmo, a causa della pienezza dei tempi. Certo, bisbiglio, questa è una gran fortuna - parlo da solo, come se avessi scoperto da dove si passa per andare non saprei dove, ma finalmente lontano, chè se ho i libri e i maestri, io vado, esco dalle mura: l’assedio è finito.

Leggo che la mattina, dalle tre alle sei, il Rav Michael Laitman fa lezione su internet a una specie di tivù della Kabbalah del Bnei Baruch. Allora metto la sveglia, voglio correre a questa lezione, e peccato che non è l’alba subito. Ma l’alba è subito, e vedo un’aula grande, e forse cento uomini, giovani e non giovani. Il Rav è alla cattedra, pallido per il risveglio; ha gli occhiali, una piccola barba bianca, curata. Gli studenti siedono in giacca a vento a piccoli banchi individuali, i leggii davanti. Stanotte non c’è traduzione, e capto frasi nel mio inglese parziale. Il Rav traccia disegni; frecce vanno in due sensi, vasi ricevono flussi da una fonte superiore e si riempiono - e quei vasi siamo noi; alla seconda ora il Rav non è pallido e parla come fosse mezzogiorno; alla terza, tutta la classe brilla e la lezione si espande invisibile su internet, nell’aula mondiale di Kabbalah. Arrivano domande da New York, Pietroburgo, Stoccarda. In Israele uno studente legge le domande, Laitman risponde; ride di una domanda, gli studenti ridono. A Petach Tikva sono le sei e la lezione è finita. Tutti cantano con le mani sulle spalle degli altri, peccato che debba finire; e infatti va avanti. La tivù trasmette gli studenti e il loro Rav: fanno colazione insieme, dato che il patto generale continua. In una sala sono tantissimi, altro che cento. In piedi c’è un terzetto, legge a voce alta da dei fogli. Recitano. Imitano i tedeschi e i russi quando parlano in ebraico. Sono attori comici, mi trovo a ridere; si sentono boati, sono le risate in Israele.

La colazione è finita, le centinaia si alzano, vanno per la propria giornata. Sono le sei del mattino e questa è la nazione di Kabbalah. E’ come essere in quei sogni in cui volare è semplice; basta allargare le braccia, e le braccia si fanno ali, e si vola su una pianura verde, su una nave in mare, e girarle intorno solo seguendo il vento. E mentre sono lì che volo con facilità, parlo a me stesso: ma lo vedi, dico,  come è semplice volare? E mi rispondo: e io che non ci avevo  pensato.. Ma adesso sono davanti a binari vuoti, sveglio. Devo prendere treni, montare su meccanici jet; e forse dovrò avere freddo. Sono qui, nella stazione vuota, e non so niente della Kabbalah. So che non è il Genesi rivelato; la storia del futuro; i numeri per vincere al lotto; le energie segrete. Non è religione. Della Kabbalah, so questa cosa scritta da Jehuda Ashlag, detto “Baal Ha-Sulam”, il kabbalista del XX secolo che ha determinato il metodo di studio del Bnei Baruch. E’ una sua breve frase, che so in modo stabile, e che non svanisce:  “La saggezza della Kabbalah rivela all’uomo la Sua divinità in questo mondo” - per dire che la Kabbalah è la rivelazione di Dio adesso, proprio nella vita. E allora sono partito per questo congresso, come se da lungo tempo avessi voglia di andare a vivere dall’altra parte dell’universo; ma siedo sulla panchina di una stazione così deserta che il suo uso è irriconoscibile. Sul marciapiede l’armadio-frigo delle bibite esprime la sua luce bluastra. Il treno che arriva si ingigantisce, e quando ci monto è lo shuttle che porta a Kabbalah, la luna che in questi giorni passa dal cielo di Tallinn.

Il Rav delle lezioni su internet è qui alla cattedra. Ha la solita barba bianca e i soliti occhiali; un sobrio gilet nero sulla camicia bianchissima; un israeliano misurato che è venuto dall’est. In silenzio, quando non insegna; poi lo rivedi il giorno dopo: a lezione. Sono le sette del mattino,  fuori è venticinque gradi sotto zero. Il congresso europeo della Kabbalah è alla sua partenza e ho l’incidente che il sonno mi solletica in corrispondenza dell’inizio a bassa voce del racconto ancestrale della torre di Babele. La simultanea in italiano galleggia da qualche parte, in una pozzanghera svogliata. Fuori dalla finestra la strada è scorticata dal ghiaccio. In  sala ci saranno due, trecento persone - senza riccioli sulle guance; giovani, e poi uomini messi insieme da un pezzo. Le giacche a vento; pettinati con l‘acqua, come quando si è appena svegli. I francesi sono quattro; gli italiani sono cinque e luccicano come se fossero nuovi; i russi centocinquanta, hanno i capelli lunghi e ho visto che si sorridono con gli italiani. Gli israeliani hanno la chippà in testa. Molti tengono la tazza del tè sulle ginocchia e prendono parole. Le donne siedono dall’altro lato della sala. La voce bassa e tagliente del Rav si allarga nel racconto kabbalistico di Babele, e affondo in un torpore cannibale che divora il corpo della mia attenzione - il mio vero desiderio è dormire. Ci deve essere un ponte tra la vita che ripete i fallimenti, e il rubinetto dei desideri che non si esauriscono. In Mesopotamia, dice il Rav, c’era tutta la civiltà in quel momento esistente, e si risvegliò il desiderio di costruire una torre alta fino al cielo. Il popolo di Babele era una grande famiglia, eppure all’improvviso, tu guarda bene - dice il Rav, ma il mio sguardo opaco si appoggia sulla nuca dell’unico kabbalista della Svezia - il popolo di Babele scopre che è fatto da tante persone diverse, e tutti loro, le persone, cominciano a non capirsi. E ora devo guardare un signore di Vienna con il panciotto, uno che potrebbe essere un notaio. E’ venuto in macchina e a colazione ha detto che le autostrade per qui sono comodissime, basta costeggiare il Mare del Nord; e a un tratto la colazione è stata una lezione e ho visto che il mondo è fatto di latitudini sconosciute, di magnifiche prospettive ignote.

Ma dovete sapere, dice Laitman come di una fiaba che invece è accaduta, e forse sta accadendo, che tra i kabbalisti c’era Abramo; dice quel nome e l’emozione mi buca il torpore, e forse è questo il vero inizio del congresso. Allora è Abramo, il mesopotamico, il detective dello spirito che cinquemilasettecentosessantasette anni fa ha fondato la Kabbalah. Siedo nella sala di un albergo di cemento, orrenda costruzione socialista, e secondo me per un breve momento sto volando. Ma i kabbalisti dicono: attenzione, se continua così, la torre crollerà, Il punto è, dice il Rav, che l’evoluzione dell’egoismo  ha distrutto la civiltà. E non capisco se stia parlando della crisi della nostra civiltà, o di quella di Babele. Di nuovo il corpo mi frusta a colpi di sopore, come se la mia  testa fosse una carnale torre e anche lei crollasse per i troppi piani della coscienza - e smetto di volare;  peccato perché vorrei tenere stretto il racconto per quando tornerò al paese di tutti i giorni.

Ieri sono arrivato in albergo e mi è giunto sul petto un russo trapiantato in Australia e dopo andato in Israele, uno che va per il mondo e parla almeno tre lingue. Fa lo psichiatra e gira con un malsano pacchetto di sigarette. Mi ha raccontato una barzelletta. Mi ha detto: Alessandro, a proposito di questo, I have a joke, so una barzelletta. E giù barzellette; ridevo, erano belle - non ne ricordo una: mi è cominciato che del congresso so le emozioni e basta. Questo psichiatra kabbalista mi chiamava Sacsinka, che sarebbe Alessandro, come se mi avesse conosciuto dalle scuole elementari; e mi ha condotto a un tavolo del ristorante, e mi presentava a quelli che arrivavano, decine di presentazioni affettuose.  Era pomeriggio, il convegno non era cominciato. Dunque ci sediamo, mi siedo, e arrivano i congressisti, e appoggiano la valigia per terra. E anche loro si siedono e facciamo dei brindisi, diciamo lechaim, che vuol dire alla vita. Appoggio la guancia al vetro freddo della finestra, il Rav dice che l’esplosione dell’egoismo è stata la demolizione della famiglia umana, e la crisi di Babele è la crisi assoluta di questo mondo: c’è spazio solo per il sé e il suo fugace  riempimento, come quando quello che desidero è subito niente. E la grande famiglia di Babele si è dissolta, e tutti sono andati a stare in un altro posto, in altri posti: lontano. E ognuno è stato solo, con un’altra lingua non capita dagli altri - ha detto il Rav, e dopo ha taciuto, e il traduttore ha taciuto - e il mio dolore è proprio questo: che ognuno stia in un inaccessibile sé. Forse un poco è sempre stato così, e ci sono stati crolli nelle generazioni. Torri di giovinezze che sembravano invincibili e poi sono venute giù; torri di tutte le ambizioni sbagliate, ed evaporavano. Ed è da Babele, cioè da un punto esatto della nostra Storia, che c’è stata la fine dell’innocenza residua, e allora niente ha mai più smesso di crollare. Ma niente può assomigliare al crollo di questa generazione, e niente alla sua solitudine.

Eppure il giorno prima i congressisti arrivavano, e venivano al tavolo da tutte le parti d’Europa - uno per fare prima si è  seduto con la valigia in mano. E si aggiungevano altri tavoli, e il tavolo si faceva lungo, e il pomeriggio diventava sera; ed era notte, e il tavolo era lunghissimo, ed erano arrivati tutti, e il Congresso era creato. Ci siamo alzati, qualcuno mi ha messo la mano su una spalla, io ho messo le mie mani su altre spalle, e le mani sulle spalle si espandevano come creste di piccole onde, e il congresso della Kabbalah è cominciato muovendosi in modo lieve ma costante; gli occhi spesso chiusi, cantando canzoni senza parole; per cantare una canzone proprio bene, basta laila-là. E quello con la valigia ha appoggiato la valigia. Di fronte a me c’era uno con i capelli a caschetto, le mani sulle spalle di un tedesco e di un ragazzo di Monopoli che si chiama Mino. Questo con il caschetto doveva avere quarantanni.  Secondo me, penso, è polacco, e tra i lailalà gli grido da dove venga. Lui urla:  polska, e io dico polska insieme a lui che sta dicendo polska - nello stesso momento. E abbiamo riso di questa cosa semplice. E la novità potrebbe essere che esistano altri che cercano una porta nuova per uscire dagli errori; una riforma finale. Però come sono effimeri, dice il Rav, i nostri successi, fugaci i godimenti, disarmonica la nostra esistenza; in un conflitto crescente e distruttivo con la Natura.  Dovremmo capire, dice,  per cosa siamo predisposti, e che come accade in Natura, anche noi riceviamo solo quello che serve; e come in Natura, in modo naturale, dovremmo passare ciò che non serve al resto dell’organismo, al mondo: senza pensarci. Ma nell’umanità non ha luogo questo processo della Natura, il Dare assoluto, che invece ha luogo nei minerali, nelle piante, negli animali. E siccome pensiamo, siccome non siamo forze associate, organismi inerti, ma individui, allora pensiamo a noi stessi; all’imponderabile futuro, al nostro unico piacere personale: e non diamo. E così, dice il Rav, quello che non ci serve, eppure lo teniamo. E se diamo è per una scelta. E qui sta una possibile grandezza umana che rende equivalenti a Dio - però è uno sforzo da compiere. Adesso, il vetro della finestra è appannato.

L’ultima mattina, dopo la lezione, le centinaia del congresso ballavano. Si era formato una spirale con al centro persone sempre più strette - come se al centro ci fosse un punto da proteggere, una forma vivente. Poi è finita la danza ed è finito il congresso. Sono riapparse le valige, è stato necessario salutarsi.    Io partivo il giorno dopo, e sono rimasto da solo nell’albergo. Dunque sedevo su un divano della hall, e l’albergo sembrava anche quello partito. Partita la sala da pranzo; partita la fila dei tavoli in ordine, e anche i corridoi, partiti - e tutti i desideri, tutti partiti. Su un grande teleschermo extrapiatto brillavano gialli, violetti e verdi della bellezza virtuale. E sento una voce. Questa voce parla un italiano del sud, infarinato nella lingua inglese, che così è meno inerte: “Mo’ i Russi ci invitano al dinner”.  E’ Vito,  il pittore pugliese che vive a Soho. Un altro detective mesopotamico. La notte studia il formicolio delle sephirot. Sta davanti a me: mite e migrante - italiano. Quelli di Pietroburgo, mi fa, ci invitano al dinner. Io mi scardino dal divano. E andiamo a’ sto dinner, sospiro. E anche qui, lo vedi, ci mettiamo  a ridere tutti e due come con quel polacco, come quando uno era bambino ed era un battito d’ali quotidiano. Sicché siamo nell’ascensore che sale. I russi stanno al quinto, fa Vito, che sorride come i grandi simpatici. L’ascensore sferraglia tra i piani vuoti. Da oggi sono sparite le anziane inservienti, fantasmi di madri buonissime che sorridono senza smettere di spolverare. L’ascensore si spalanca, nel corridoio ci saranno quaranta persone. L’albergo, ma all’improvviso, è un brulicante marciapiede. I russi luccicano come insegne. E ci sono quelli di New York, che non so di che mondo siano, dato che parlano inglese, russo ed ebraico come se fossero inglesi, russi e israeliani. Di lato al corridoio si apre un rettangolo che non ha porta e non ha finestra. Le donne ci hanno fatto casa e siedono come tribù. C’è un tavolino basso e l’apparecchiatura, i cibi. Mani passano tartine e fette di torta. Gli uomini sono lungo il perimetro della stanza, escono dalla masticazione e pronunciano discorsi. Le parole sono scolpite, gli sguardi di marmo. Qualcuno traduce dal russo in inglese, dal tedesco in inglese, dall’italiano in inglese; poi l’oratore alza il bicchiere di carta, dice alla vita, lechaim, e beviamo, come per un galateo del congedo - nella tenda del fondatore, radice di Abramo,  il congresso non sta finendo. Ed è tarda notte, sono al bar, a veglia con gli italiani; a un tratto sono indietro nel tempo: sia al mattino con i kabbalisti che ballano, che adesso nella notte, quando vedo cosa c’è al mattino al centro dei kabbalisti, in mezzo alle spirali della danza. C’è, dunque, il diagramma del dna. La forma spirituale della famiglia umana. Sono lì, seduto con gli italiani, e la vedo. Non una visione: l’intelligenza di una forma reale.

Poi sono sul treno che torno a casa; canticchio a mezza voce come per tutto il giorno: come sul primo aereo, agli aeroporti, sul secondo aereo, alla dogana. Canticchio una canzone kabbalista che è diventata mia:  “Olameinu, olameinu”, il nostro mondo, il nostro  mondo. E  per un dispetto dell’immaginazione, per una persecuzione, mi viene in mente il televisore dell’albergo, i verdi e i violetti - il Rav dice che bisogna uscire da questa sensazione continua di basare le scelte sul puro gradimento, su dolce e su amaro; ma ad ogni momento distinguere tra vero e falso - ed è l’ultimo lembo di congresso. Dopo, a casa, guardiamo al computer le foto del congresso. C’è mia moglie, c’è mio figlio, ed è come se fossi tornato da una lunghissima guerra. Il figlio di dodici anni mi chiede come era la Kabbalah. Siamo in piedi. Gli metto  una mano sulla spalla, e senza che io dica niente, anche lui mi mette una mano sulla spalla. Allora io canticchio “Olameinu, Olameinu”, il nostro mondo, il nostro mondo. Mio figlio mi appoggia la testa sul petto, e ha capito.

“Questa saggezza non è né di più, né di meno, di una sequenza di radici che discende nel mondo di causa ed effetto con leggi determinate ed assolute che si uniscono e tendono ad un unico obiettivo molto elevato, descritto come: la rivelazione della Sua divinità alle Sue creature in questo mondo” [1].

 

Articolo tratto dal quotidiano Il Foglio, 12 maggio 2007


 

[1] Jehuda Ashlag, detto il Baal Ha-Sulam. “L'Essenza della Saggezza della Kabbalah

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